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La nostra lingua influenza il modo in cui pensiamo?

“L’uso della lingua ci permette di trasmettere le nostre idee e conoscenza tra diverse menti. Per esempio, in questo momento, potrei mettere un’idea bizzarra nella vostra testa: immagina una medusa che danza in una biblioteca mentre pensa alla meccanica quantistica.

Probabilmente, non hai mai pensato a questo prima d’ora, ma adesso sì e ci sono riuscita attraverso il linguaggio. Di sicuro, non esiste solo una lingua in questo mondo, ma circa 7,000. E tutte queste lingue differiscono l’una con l’altra in svariati modi. Diversi suoni, vocaboli e strutture. Questo ci fa porre la domanda: La nostra lingua può influenzare il modo in cui pensiamo?”

Così comincia la TED conference di Lera Boroditsky, scienziata e professoressa nei campi del linguaggio e della cognizione.

Nei secoli, filosofi, scienziati e studiosi hanno cercato di dare una risposta a questa domanda, formulando diverse teorie, senza mai raggiungere un accordo.

Tra gli esempi più rilevanti su come il linguaggio possa influenzare la nostra mente, troviamo il Giappone.

In questa nazione in continuo sviluppo, ma altrettanto legata alle antiche tradizioni e superstizioni, spesso nella numerazione di stanze di alberghi, ospedali e ascensori, manca il numero 4. Inoltre, non troveremo mai confezioni per quattro persone, che siano set di piatti o confezioni di cibo.

Per quale motivo?

Il numero 4, nella lingua giapponese, si legge “Shi”, il quale significa anche “morte”.

A causa di questa relazione, 4 è considerato il numero più sfortunato nella cultura giapponese. La stessa sorte tocca anche al numero 9 che, pronunciandolo “Ku”, significa anche “dolore”.

Nella prima metà del Novecento, due linguisti e antropologi americani, Edward Sapir e Benjamin Whorf, notarono che lingue diverse descrivevano spesso la stessa situazione in modi grammaticalmente diversi.

Un esempio abbastanza semplice è il comunissimo “How old are you?” della lingua inglese. Se lo dovessimo tradurre in italiano, parola per parola, avremo un risultato del genere: “Come vecchio sei tu?”.

In realtà, la traduzione effettiva è “quanti anni hai?”.

I due linguisti ipotizzarono anche che la lingua ha il potere di influenzare la visione del mondo. Questa definizione viene chiamata “principio di relatività linguistica”.

Infatti, Sapir e Whorf teorizzarono che una lingua in cui i sostantivi sono classificati per genere impone alle persone di concepire il mondo come diviso in maschi e femmine e quindi come due entità diverse. Essa genererà quindi una cultura in cui la divisione di genere ha un ruolo sostanziale nell’attribuzione delle etichette sociali.

Altre lingue come il Fulfulde, in cui esiste un solo pronome di terza persona che vale sia per il maschile che per il femminile, dovrebbero invece generare modelli di pensiero, e quindi culture, in cui la differenza tra maschi e femmine non viene percepita.

Questa teoria però, ha suscitato nel tempo diverse controversie soprattutto a causa della difficoltà di dimostrazione della stessa.

Infatti, nelle comunità di lingua Fulfulde sono evidenti modelli sociali di supremazia maschile, e più in generale, anche in culture che parlano lingue con una stessa struttura grammaticale.

Inoltre, ogni lingua offre modi alternativi per descrivere il mondo rendendo poco chiari i collegamenti tra struttura grammaticale e modello di pensiero.

Infine, se la relazione tra le forme del linguaggio e le forme del pensiero fosse tanto rigida, sarebbe impossibile tradurre un testo conservandone il senso e probabilmente persino imparare un’altra lingua.

Per questi motivi, non si è ancora arrivati ad una conclusione definitiva riguardo la connessione tra lingua e mente.

E tu che cosa ne pensi? Può la nostra lingua influenzare il modo in cui pensiamo?

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